L’Italia e quel giorno a Salford

Classe 1989, Fabrizio Ciaurro ha praticato e pratica entrambi i codici del rugby. Già giocatore di Tirreno Sharks e Coventry Bears, si è tolto le sue soddisfazioni con la palla ovale: rappresentare l’Italia a livello internazionale in più tornei e in gare di Test Match, raccogliere tanti caps con gli Azzurri.

Eppure, ottobre richiama sempre dolci ricordi alla mente di questo Estremo/Ala, nato in Argentina da famiglia italiana, ormai stabilmente italiano per residenza oltre che per origine. Da anni Fabrizio – ora in forza al XIII del Ducato e inserito nella lista dei 54 pre-convocati di coach Cameron Ciraldo per la Coppa del Mondo 2017 – vive in Italia ed è il primo tifoso della Nazionale.

Ottobre, dicevamo: sono passati già 4 anni da una giornata che è pietra miliare nella storia del rugby italiano (e non solo). Sicuramente, il giorno più importante della carriera di questo giocatore, un folletto col n. 21 che ha ammutolito un intero stadio di inglesi a una settimana da un Mondiale: era il 19 ottobre 2013 quando gli Azzurri piegarono la blasonata Inghilterra all’AJ Bell Stadium di Salford. Casa di un team di Super League, sede di una squadra che gioca a rugby a XIII dal 1896, anno dell’ingresso del club locale nella Northern Union.

Era passato solo 1 anno dallo ‘scisma’ di Huddersfield e tutto questo, oltre all’emozione di rappresentare il Tricolore, si è in qualche modo sublimato quel piovoso pomeriggio a Salford: un vissuto rugbistico plurisecolare, la sensazione di un evento vero con la RLWC alle porte, tante piccole storie da raccontare.

Eccoci allora con Fabrizio, sceso in campo nel secondo tempo di quello storico 14-15 dell’Italia all’Inghilterra n. 3 del ranking RLIF, davanti a una folla di inglesi per metà perplessi e per metà delusi.

«Ricordo che arrivammo all’Università di Loughborough – racconta Fabrizio – di lunedì pomeriggio, con la partita con gli inglesi programmata per il sabato sera successivo. Io venivo da Cecina e da una preparazione individuale ‘particolare’: la settimana prima avevo finito la vendemmia e mi ero allenato in palestra per tenermi pronto».

«Fu una settimana di ritiro tutto sommato divertente e rilassante, per certi versi. Eravamo senza pressione: sabato ci sarebbe toccata l’Inghilterra, una delle potenze del league mondiale, e tutti avremmo in qualche modo avuto i nostri minuti in campo. La cosa importante era fare gruppo – prosegue l’estremo del Ducato –, abituarci al sistema di gioco di Carlo [Napolitano, allora tecnico della Nazionale] e soprattutto imparare a giocare come una squadra. Però personalmente ammetto che non chiusi occhio la sera prima, almeno fino a tarda notte».

Una giornata, quella di sabato 19 ottobre 2013, infinita: «La mattina della partita fui il primo ad alzarsi per colazione. C’erano solo Carmine [Barbaro] e Reno [Santaguida] ma io pensavo già a quando sarei sceso in campo, non vedevo l’ora. Eccoci alla riunione tecnica, parliamo di noi e dei nostri avversari: i loro punti forti e punti deboli, li conosco, mi sono preparato grazie alle informazioni che lo staff ci ha dato».

Man mano che si avvicina il calcio d’inizio, la mente di Fabrizio viaggia: «Si avvicina la partita, si parte per lo stadio di Salford nel tragitto nei miei occhi ecco tutti i flashback della mia infanzia rugbistica. Sono a La Tablada, mio babbo a bordo campo che mi segue, il mio primo allenatore lì con me, l’entrata al Club, gli spogliatoi, i sacrifici della mia famiglia per portarmi al campo anche quando le cose non vanno bene, i miei fratelli che ogni volta mi chiedono come ho giocato… La mia famiglia è lì presente, con me. Se sono arrivato fino alla maglia azzurra è grazie a loro e a mio babbo che mi ha insegnato cos’è il sacrificio».

Non sembrano siano passati 4 anni, è nitido il ricordo: «Dentro lo stadio, ho la pelle d’oca. Inizia la partita tra Inghilterra Knights e Samoa ma ecco, ci chiamano dentro lo spogliatoio. Non lo dimenticherò mai: mi consegnano la mia maglia, la n. 21, mi piace. È ora che scopro che entrerò a inizio secondo tempo, le farfalle nello stomaco. Andiamo».

Ecco il riscaldamento pre-gara, l’England Knights ha battuto i samoani 52–16. Tutto tace: «Non volava una mosca, ognuno di noi sa cosa fare e disegna mentalmente la partita. Tutti concentrati, tutti pronti a dare il massimo. Piano piano ci carichiamo sempre di più l’uno con l’altro, siamo già in partita…».

Di nuovo negli spogliatoi dell’AJ Bell Stadium, la leadership di Anthony Minichiello. Uno che ha vinto NRL e Golden Boot, un vero veterano: «Torniamo dentro, tutti abbracciati, pronti a difenderci. Siamo davvero una famiglia. Dopo il discorso del capitano Mini è forte l’urlo: Azzurri!».

Una Famiglia: «Ecco l’inno nazionale. Cantiamo l’Inno di Mameli davanti a un muro di inglesi. Mi appare Nonna, con quel suo sorriso stampato in viso. Lei è felice, sono felice».

Inizia la partita ed è scontro duro: «Noi abbiamo dei veri giganti, da Mark Minichiello [ora capitano dell’Italia, ndr] a Paul Vaughan. Ma anche l’Inghilterra non scherza: Sam e George Burgress, James Graham, Lee Mossop».

Un andamento equilibrato: «Il primo tempo si conclude 14-12 per gli inglesi; per noi segnano Laffranchi e Parata e Mantellato, quanto è bravo?, è precisissimo al piede. Torniamo negli spogliatoi ed eccomi, è il mio momento. Stavolta gioco ala, non estremo; ho clienti difficili: Josh Charnley [ora a Sale nel XV, ndr] è il capocannoniere del campionato inglese, Kallum Watkins è fortissimo. Vicino a me ho Gavin Hiscox e il mio amico Gioele Celerino, compagno di tante battaglie. So che è messo bene fisicamente, eppure dopo 2 minuti si schianta con un muro: quel muro si chiama Sam Burgess, che lo placca e gli fa assaggiare cosa sia il rugby league dei professionisti. Ho capito tutto: il gioco si fa duro».

Però l’Italia c’è e gli inglesi, alla lunga, si innervosiscono: «Producono gioco ma non riescono a concretizzare. Piove sempre più e le condizioni del terreno di gioco peggiorano minuto dopo minuto. Ricordo lucidamente: Sam [Burgess] si crea lo spazio e spezza la nostra difesa, palla al largo ma è una palla difficile. Ho davanti a me il suo rimbalzo, come fosse ieri: rapido calcolo mentale e salgo a pressare, Gavin rimane dietro e tolgo metri a Watkins. Contendo questo pallone, situazione di confusione e calcio sia il pallone che le dita del mio avversario! Il rimbalzo… Mi aiuta e fuggo via. Tutti zitti a guardare questo italiano col n. 21 che crea il buco, a 10’ dalla fine».

E poi l’epilogo migliore: «A 2’ dalla fine, costruiamo il drop per Josh. Lui è bravissimo ed eccoci, ce l’abbiamo fatta! Ci davano 1000/1 eppure abbiamo battuto l’Inghilterra, una delle favorite per il Mondiale!».

Una gioia che va oltre i confini inglesi, attraversa la manica. Il telefono di Fabrizio esplode: «Quella sera mi ricordo le congratulazioni di giocatori della NRL nei miei confronti per quello che avevo fatto in campo. E poi i miei amici, parenti, tutti quelli che avevano condiviso un momento rugbystico con me anche solo una volta. Si sono tutti fatti sentire, ma soprattutto ricordo la felicità dei ragazzi dei Coventry Bears, una squadra inglese che mi appoggiava tantissimo. Non me lo dimenticherò mai, tuttora mi scappa una lacrima per quella giornata indimenticabile che non cambierei per nulla».

E sul finire, una promessa: «Il mondiale si avvicina e io mi sento vicino alla Nazionale e a tutti i ragazzi, lavorando e giocando a Firenze mi sveglierò in piena notte, e i brividi mi verranno ancora, come stessi in campo. Forza ragazzi, Forza Azzurri, una famiglia sempre e comunque!».


Italy v Ireland, domenica 29 ottobre, Barlow Park, Cairns
Italy v USA, domenica 5 novembre, Townsville Stadium, Townsville
Italy v Fiji, venerdì 10 novembre, Canberra Stadium, Canberra

Foto © Red Elephant / Cultural Pulse


Published 20/10/2017 by Matteo Portoghese – FIRL Social Media Officer


Contenuto prodotto per la Newsletter  Red Elephant / Cultural Pulse. 

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